94. L’università come meccanismo di classificazione, uno strumento per inserire le persone in uno scomparto limitato

Il modello dell’età industriale volto alla scarsità ci ha insegnato che c’è solo un numero finito di “buoni” lavori.

Le grandi aziende hanno un personale limitato, naturalmente, e quindi esiste solo un manager della fabbrica. Le grandi università hanno solo una persona a capo del dipartimento di Inglese. I grandi studi di avvocati hanno solo una persona che ricopre il ruolo di managing partner, e perfino la Corte Suprema ha solo nove posti.

Come abbiamo visto, la classificazione parte presto, e se tu (così pensiamo) non entri in una buona (oh, voglio dire “famosa”) università, sei fregato.

Questa è una delle ragioni per la quale le università sono diventate un’estensione costosa delle scuole superiori. L’obiettivo è quello di entrare (e possibilmente uscire), ma quello che succede mentre la frequenti non ha importanza se l’obiettivo è solamente quello di farne parte.

Quando l’educazione più alta era riservata solo all’élite accademica, c’era un sacco di apprendimento solo per il gusto di apprendere, e anche approfondimenti in pensieri esoterici che qualche volta hanno portato a delle scoperte incredibili. Ma una volta industrializzate, le università sono diventate una specie di serbatoio senza quei limiti comportamentali che erano stati tanto rinforzati grazie al nostro duro lavoro nelle scuole superiori.

Ma nell’era post-industriale delle connessioni, la classificazione e la scarsità sono molto meno importanti. A noi interessa molto quello che hai fatto, mentre ci interessa meno quell’etichetta che ti sei dato, comprandola, quando eri un alunno. Perché possiamo vedere chi conosci e cosa pensano di te, perché possiamo vedere come hai usato il potere che Internet ti ha dato, perché possiamo vedere se effettivamente sai essere un leader e se sai veramente risolvere dei problemi interessanti: perché in tutte queste cose, le università significano qualcosa di nuovo, ora.

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