53. L’eterna recessione

Ci sono in corso due recessioni.

Una sta lentamente finendo. Questa è una recessione ciclica. Ce la dobbiamo subire periodicamente; queste recessioni vanno e vengono. Non sono piacevoli, ma neanche permanenti.

L’altra temo sia qui per sempre. È la recessione dell’età industriale, l’onda diradante piena di generosità che i lavoratori e le aziende hanno avuto come risultato dell’aumento della produttività ma anche di una comunicazione di mercato imperfetta.

In breve: se sei del posto, abbiamo bisogno di comprare da te. Se lavori in città, abbiamo bisogno di assumerti. Se sei in grado di fare un mestiere, non possiamo sostituirti con una macchina.

Non più.

Il prezzo più basso per ogni cosa che abbia un costo è ora disponibile a tutti, ovunque. E questo rende il mercato delle cose monotone ancora più perfetto di quello che era in passato.

Visto che il lavoro nelle fabbriche che facevamo noi ora è stato meccanizzato, dato in appalto, o eliminato, è difficile pagarlo di più. E visto che i compratori hanno molte più scelte (e delle informazioni molto più accurate sui prezzi e disponibilità), è difficile far pagare di più.

Di conseguenza, i lavoratori della classe media che esistevano perché le aziende non avevano modo di fare altrimenti, ora non ci sono più.

Il protezionismo non sarà in grado di sistemare questo problema. Nè lo saranno gli incentivi alle vecchie fabbriche o manifestare per la frustrazione e la rabbia. No, l’unica reazione utile è vedere questa situazione come una opportunità. Parafrasando alla larga Clay Shirky, ogni rivoluzione distrugge l’ultima risorsa rimasta prima di creare un profitto su una nuova cosa.

La rivoluzione “della rete” sta creando enormi profitti, opportunità significative, e molti cambiamenti. Quello che non sta facendo è fornire milioni di lavori che non richiedono creatività, che si fanno in uffici piccolissimi, e lavori della classe media che si fanno seguendo un manuale.

I più veloci, intelligenti e flessibili sono inclusi nella rete. Così come comportarsi come fulcro di qualcosa (l’autore usa il termine linchpin) e le persone e le aziende di cui non possiamo fare a meno (perché se posso vivere senza di te, sicuramente ci proverò se l’alternativa è risparmiare soldi).

La triste ironia è che tutto ciò che facciamo per sostenere la più recente economia (più obbedienza, più compiacenza, più convenienza premiando la mediocrità) diventa un ostacolo per avere dei profitti dalla stessa.

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